Rashomon (Giappone – 1950) di Akira Kurosawa
Interpreti: Toshiro Mifune, Machico Kio, Takashi Shimura, Masayuki Mori

Giappone medievale: un boscaiolo, un monaco e un passante si fermano a parlare di un caso di omicidio avvenuto qualche tempo prima: la vittima sarebbe un samurai, ucciso da un brigante che avrebbe anche abusato della moglie di lui. Le tre persone implicate nella vicenda (il smaurai, il brigante e la donna) danno tre versioni diverse dell'accaduto, facendo apparire responsabili una volta l’uno una volta l’altro. Cosa è successo veramente nel bosco?
L’idea di ricostruire una vicenda rappresentando i diversi punti di vista dei personaggi coinvolti era già venuta ad Orson Welles nel 1940 con il suo Quarto Potere, con cui aveva decretò la nascita del cinema moderno. Ma laddove l’idea di una ricostruzione della realtà secondo dettami soggettivi (i ricordi, le sensazioni, i sentimenti) era solo uno strumento che il grandissimo regista utilizzava per mostrare la potenza e le possibilità offerte dal mezzo cinematografico, con Kurosawa essa diventa componente fondamentale di un messaggio più ampio. Rashomon è infatti un film che tocca uno dei temi da sempre più cari al regista nipponico: il male insito nell’uomo, la presenza, in ognuno di noi, di sentimenti malvagi come l’invidia, la codardia (del resto Kurosawa si ispirò a Shakespeare, grande svisceratore di questi temi nelle sue tragedie, per girare due dei suoi capolavori, Il trono di sangue e Ran). Ognuno dei personaggi implicati nella vicenda narrata dal film (la donna, il ladro, il marito ed il mendicante) finisce col mentire ed accusare gli altri, col solo scopo di discolpare se stesso (da quali colpe poi non ci è dato saperlo, ma ciò non fa altro che esaltare il carattere universale della vicenda): il ladro affermerà di essere stato costretto ad uccidere dalla donna; la vittima (che parlerà attraverso un medium) accuserà gli altri due di averlo costretto al suicidio; la moglie (il personaggio forse più perfido e più riuscito dell’opera tutta) di aver colpito il marito in preda a un delirio; persino il mendicante, inizialmente dichiaratosi estraneo alla vicenda, ammetterà di esserne stato testimone attivo. Come sempre nelle sue opere, Kurosawa ha il merito di dare al film un tono onirico e irreale: l’ambientazione della vicenda è volutamente vaga, priva di qualsiasi riferimento temporale e/o spaziale, le figure di contorno non vengono mai mostrate (durante il processo gli imputati e i testimoni hanno come unico interlocutore lo spettatore del film!); e se il bosco ove si consuma il delitto ricorda i paesaggi fiabeschi delle favole, quello ove si rifugiano i protagonisti durante la tempesta è invece lo scenario post-apocalittico di una città devastata da un non meglio precisato terremoto e da una non meglio definita guerra.
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